Donne nel terremoto.
Non è stato facile trovare dentro di me la voglia di raccontare le donne nel terremoto che ha colpito l’Abruzzo, ora che a distanza di settimane i profili del disastro si sono delineati con impietosa crudezza, e che al dolore per le vite perdute si somma quello per la distruzione di tanti luoghi conosciuti e amati.  La tentazione di cedere al senso di impotenza è forte, insieme al pudore di scavare nelle storie personali interrogandosi sui limiti della parola e sul rischio della retorica e degli stereotipi che vogliono questa terra forte e gentile.  Ma da qualche parte bisogna pure ricominciare:  le donne che conosco di persona e quelle che tutti abbiamo imparato a conoscere attraverso i collegamenti televisivi hanno iniziato a farlo da subito, e allora mi convinco che sia importante e bello parlare di loro, della loro forza e della loro debolezza che quasi sempre convivono, come è giusto che sia. Perché non stiamo parlando di donne eccezionali o eroiche, ma di donne come tante che, di fronte all’immane tragedia che le ha colpite, come prima cosa ci tengono a dire che “per fortuna siamo vive, e il resto si rifarà, ma se possibile dove e come prima”. E allora eccole, a partire dalle donne di San Gregorio, un borgo alle porte di L’Aquila quasi raso al suolo, che hanno formato da subito un comitato e aperto un sito internet per ricostruire il paese; quando chiedi loro da cosa bisogna riprendere i fili spezzati della vita che avevano “prima”  rispondono da un centro di aggregazione culturale, per sentirsi ancora una comunità, che già era qualcosa di cui si avvertiva la mancanza anche prima e ora che si pensa alla ricostruzione è meglio pensare in grande, perché “è importante anche la geografia dell’anima”.  C’è Antonietta, lei nel crollo della Casa dello studente all’Aquila ha perso il nipote, e ora è a capo di un comitato che vigila sull’inchiesta, perché tanti ragazzi sotto quelle macerie almeno non ci siano morti invano. Ci sono donne che ti stupisci a guardarle compiere gesti consueti in contesti e geografie stravolte, e non mi riferisco solo all’ottantenne che sotto le macerie lavorava all’uncinetto in attesa di essere tirata fuori, tanto per tenere allenate mani e mente ; penso a Manuela, sfollata in un albergo sulla costa teramana insieme ad anziane  suocera e zie. Lei però è anche a capo di un’azienda municipale importante, e dopo due giorni era già all’Aquila in cerca di un computer e di un fax per poter riprendere il proprio lavoro, “perché dobbiamo far lavorare i nostri dipendenti, e non farci scippare i lavori dell’emergenza” . Neanche a dirlo che c’è riuscita, e tutti i giorni si fa 200 chilometri per tornare a dormire in quella stanza d’albergo che è diventata la sua casa. “Una di queste sere appena riesco a sistemare le zie ce ne andiamo a cena fuori, mi propone, che ho voglia di un po’ di vita normale”. E poi Loretta, che riesce a tenere insieme emergenza e normalità come se fosse semplice: lei da una postazione provvisoria del suo ufficio manda avanti quello che è possibile del suo lavoro, ogni tanto va a recuperare insieme ai vigili del fuoco qualcosa di indispensabile da una casa che ancora si regge in piedi, “ma chissà se ce la ritrovo la prossima volta così mi sono presa un paio di sandali per quando viene il caldo”. E intanto dato che è responsabile del sindacato dei pensionati della CGIL gira per i campi degli sfollati per monitorare esigenze e problemi. Con la mente lei è già avanti, e non solo per i sandali: “forse riusciamo a dare una mano a qualche impresa di donne che ha bisogno di ripartire”, mi dice. Poi ci sono le donne del mio paese, Goriano Sicoli: Adele che riapre il ristorante, Cristina che si mette a scrivere un nuovo articolo per il giornale che va agli emigrati abruzzesi nel mondo ai quali racconterà il terremoto, “tra una scossa e l’altra, con la paura dei vetri che tremano e si rompono”, e tutte le altre che mi raccontano di come la statua di Santa Gemma sono riusciti a metterla in salvo, così forse si farà anche la festa.  Questo sembra essere il filo rosso che le lega tutte in un grande abbraccio: continuare a fare quello che si sa fare, e che è sempre qualcosa che tiene insieme vita quotidiana e relazioni, il fare per sé e per il mondo in cui si vive, piccolo o grande che sia.  L’ultima immagine è quella del viso di una donna che sotto le macerie di Onna ha perso due figli; “me ne resta un’altra, dice con uno sguardo da Madonna sotto la croce del Calvario, non voglio niente da nessuno, solo una casa, piccola ma dignitosa, mi bastano due stanze, per farla crescere”. Sono sicura che ce la farà. 

Maristella Lippolis, pubblicato su Leggendaria n. 75