Dicembre 2009


Un numero speciale e doppio di Leggendaria che chiude l’anno 2009; un numero ricco e succulento, tutto dedicato all’esplorazione dei talenti che le donne sanno mettere in campo e usare a volte con parsimonia a volte con esuberanza.Il tema è stato pensato e curato da Nadia Tarantini, che si è proposta di scovare dove si nasconde l’arte della gioia, chiedendosi   se” la creatività delle donne possa illuminare un presente grigissimo”.  Ecco dunque 80 pagine fitte fitte dove si esplorano i territori della scrittura, dell’arte e della vita, che anche quella è un’arte, come molte hanno sostenuto nei loro pezzi. Impossibile citarli tutti, quindi inserisco di seguito una sintesi del pezzo di apertura di Nadia Tarantini, con l’augurio che vi venga il desiderio di leggere tutto e magari di abbonarvi a questa bellissima rivista, l’unica che esplora i territori del mondo raccontato dalla scrittura femminile.

Dove si nascondono i Talenti delle donne? Nell’arte della cura, senz’altro: e non più/non soltanto nella creazione di “ricette di vita” quotidiane fra le pareti domestiche – questo lo sappiamo. C’è un sommovimento che non appare sui giornali e nelle tv, ma che sta alimentando anche una nuova editoria e molte associazioni di donne, iniziative capillari che fanno dell’Italia un territorio privilegiato. Un brulicare che parla di una concezione differente del “potere”, connesso all’arte/talento della cura e alla possibilità di rigenerare la vita e con essa il pianeta. Sono i rituali della Dea, ripresi con una sorta di “laicismo inventivo e creativo”, sono i centri di formazione diretti da donne che lavorano per le aziende introducendo nella cura della managerialità proprio quella  differente concezione del potere: condivisione, mediazione, un “di più” che rende il lavoro o la dirigenza più vicino e connesso con la vita “vera”.

Questo clima ancora sotterraneo – Vicki Noble, che ne è una delle protagoniste, sostiene che ce lo dobbiamo tenere un po’ “segreto”, per non suscitare allarme e reazioni negative – ci induce a riflettere in modo originale su tematiche tradizionali della nostra rivista, creando un’interrogazione e insieme sviluppando un tentativo di attraversare il grigissimo presente alla tenue ma persistente luce che ci indica un futuro connesso alle migliori qualità del nostro passato. Penso al prendersi cura della propria scrittura o del proprio destino artistico e/o creativo, che donne come Virginia Woolf ci hanno saputo trasmettere, non in contraddizione, ma a fianco di un destino/vita personale che non ha permesso loro di vivere pienamente l’esistenza. Penso al talento di vivere, detto anche “arte della gioia”, che ha consentito a tante scrittrici – diversamente da molti scrittori – di esprimere le loro potenzialità, il mondo interiore e l’immaginario, in modo non conflittuale con le passioni e le cure del quotidiano. Penso anche all’eccesso, alla sovrabbondanza, alla fame di vita e all’ingordigia – che seppure hanno “bruciato” del tutto alcune vite, come quella di Maria Malibran o Maria Callas, o Sylvia Plath – pure possono lasciare in noi traccia persistente della forza femminile, del desiderio che la nutre, di una “esagerazione” che forse oggi ci possiamo permettere con una sorta di distanziamento ironico che la rende compatibile con la vita. Penso infine al protagonismo delle donne in molti campi, e mi interrogo sul talento che ci vuole a rendersi protagoniste in un territorio maschile fortemente segnato da violenza e aggressività, da tentativi di rivalsa proprio sulla “invasività” dei corpi concreti delle donne  e del loro potente immaginario nell’arena pubblica. E insieme voglio riflettere senza censure o auto-censure su quel “territorio grigio”, come lo chiama Anna Maria Crispino, che prende posizione alla domanda non priva di senso: l’ambizione delle donne è un bene prezioso di per sé, quando conduce al successo? Oppure, se manifestamente priva di talenti, ci porta indietro e non in avanti nella piena espressione di noi stesse? Espressione, creatività, autostima, auto-valorizzazione  e autorizzazione (alla creatività, al talento, all’immaginario potente e alla cura della vita e del pianeta) sono le parole-chiave di questo tema, che pare aprirsi nelle sue pagine come un insieme di scatole cinesi, la cura ospita nella sua pancia il talento di scrivere e quello di vivere, questi ultimi contengono dentro di sé l’eccesso e il protagonismo)…Guardando meglio, però, il tema è organizzato  in un andirivieni tipico del pensiero delle donne, con rimandi interni come link di un iper-testo; e con un movimento circolare che alla fine – dall’argomento apparentemente più lontano – ci riporta all’inizio, alla cura di noi stesse, della vita, della creatività e del pianeta. All’arte della gioia.

Un tuffo senza rete, un salto nel vuoto senza sapere se e dove si toccherà terra. Se dovessi usare metafore per descrivere le sensazioni che ho provato leggendo i 17 racconti della raccolta Fiocco Rosa, userei queste. Per alludere al volo e al rischio. Il sottotitolo della raccolta parla di gravidanza e maternità, ma qui dentro troverete ben di più: troverete la vita, con le sue sfide e le sue paure; la relazione tra i sessi, con le inquietanti similitudini tra generazioni diverse di donne,  le fragilità maschili ma anche quelle femminili; la difficoltà a conciliare la realtà con il desiderio, il sogno con la concretezza. Il dolore e la felicità. La vita delle donne, appunto, quella densa di chiaroscuri che ci viene spiegata quasi ogni giorno da inchieste, dati e tabelle nel tentativo di renderla leggibile e inconfutabile, ma che la narrazione riesce a restituire con molta più ricchezza. Ho letto i racconti tutto d’un fiato come se si trattasse di una sorta di romanzo giallo in cui è importante capire “come va a finire” questa avventura della vita delle donne, e poi sono tornata indietro a rileggerli, per cogliere i fili che uniscono i diversi racconti con somiglianze e differenze. L’editore li ha ordinati tenendo conto del “sentimento femminile” che li anima. E così in un primo gruppo troviamo quelli che definirei del desiderio negato, iniziando con Defensor di Franca Di Muzio. Termine inquietante e guerriero, è il nome del preservativo usato da un uomo “che non vuole riprodursi” e che si difende dal rischio che ciò possa accadere. Anche la donna che lo ama però deve fare i conti con un desiderio di maternità troppo labile e incerto per riuscire a prevalere sul calcolo del tempo giusto, del momento giusto, della scelta più giusta. E forse il tempo giusto svanisce. Anche nel racconto di Gaia Rispoli la storia inizia con un preservativo, che si rompe. Norlevo è il titolo del racconto, ma è pure il nome della pillola del giorno dopo destinata a mettere riparo a un incidente di percorso che svela le fragilità del corpo e della mente. Anche Cynthia Collu con Il figlio ci racconta dell’ambiguità del desiderio e della sua negazione. La protagonista quando scopre di essere incinta decide con apparente determinazione di abortire, e quel suo rivolgersi al proprio grembo dicendo”Se fossi in te non ci conterei” è raggelante. Rifiuto e desiderio in realtà dentro di lei sono strettamente intrecciati, ma sarà la natura a decidere, prendendosi gioco della tardiva accettazione. La protagonista del racconto di Elisa Ruotolo, Domenica pomeriggio, di figli invece non ne può avere e anche per lei la morsa del desiderio irrealizzabile arriva in modo imprevedibile, come un momento di follia presto trattenuta e ricondotta alla realtà. Annarosa Pederzoli in Bollito misto delinea un personaggio femminile in bilico, che “non può permettersi passi falsi” proprio ora che sta raggiungendo l’obiettivo a lungo perseguito di una relazione sentimentale promettente. E anche una gravidanza imprevista rappresenta un passo falso, da archiviare al più presto con dolorosa lucidità.Un secondo gruppo di racconti raccoglie invece storie in cui le protagoniste riconoscono e accolgono il desiderio di maternità, pur attraverso dubbi e ripensamenti, e ognuna a suo modo. Anche per loro accettare una gravidanza non rappresenta una scelta a cuor leggero. Così accade in Quella che non sei di Sonia Cavallin, in cui la protagonista  sceglie di attingere alle sue più autentiche risorse dicendo a sé stessa “Io questo figlio lo voglio”, a dispetto di tutto e tutti. In L’inquilino, di Nadia Terranova, invece, l’accettazione non riguarda un figlio proprio ma quello di una madre che in età matura sceglie di sfidare i luoghi comuni e la palese ostilità di una figlia già adulta. Mentre una nuova categoria di donne trandy sembra farsi largo nell’immaginario mediatico, quella Child free, la protagonista dell’omonimo racconto di Lisa Cini, che di figli non può proprio averne,  si interroga con angoscia sul senso del proprio ostinato rimpianto e del desiderio frustrato fino al punto da provocare la rottura del matrimonio; ma la via di uscita sarà una scelta di vita alternativa, capace di realizzare comunque quel desiderio di maternità.

Quando invece i figli ci sono, le nostre autrici non dipingono interni “in rosa” e famigliole felici raccolte intorno alle merendine della prima colazione. La realtà irrompe e detta le proprie regole anche alla fiction. Così in Dinamite Barbara Becheroni ci racconta di una mamma dal mestiere insolito, il veterinario, e della fatica di tenere insieme la passione e le responsabilità per il proprio lavoro con quelle della cura per le proprie bambine, entrambi “lavori” di cura a tempo pieno. Patrizia Rinaldi invece ci racconta, con un linguaggio divertente e ironico, di un parto sui generis che avviene a dispetto di tutte le regole; è appunto Il primo figlio, che viene al mondo grazie all’intervento della portinaia di casa nel cuore accaldato di Napoli. In Aspettando che muoia,  Caterina Falconi affronta con sicurezza un modo duro e difficile dell’essere madre, al di là di ogni retorica del senso materno. Qui la protagonista è una donna al confine tra “normalità” e disagio psichico, “madre involontaria e incapace”, la cui vicenda si intreccia e si contrappone al desiderio non realizzato di chi invece un figlio lo vorrebbe e lo saprebbe accudire. “Non ricordo di aver firmato nessun contratto che mi impegnasse a diventare l’ombra di me stessa”, si dice ad un certo punto della storia la protagonista del racconto di Bianca Nardon, che si intitola, appunto, Non ho firmato quel contratto. Qui c’è in gioco non solo l’accudimento di una figlia e il disinteresse di un marito per tutto ciò che ad esso attiene, ma più drammaticamente il senso da dare a una vita in comune. Quando appare chiaro che quel senso ormai si è perduto, emerge la capacità femminile di  cambiare direzione e dare una svolta definitiva alla propria vita. In Terminal casa, invece, le ben note difficoltà di conciliare il lavoro con la nuova condizione di madre, accentuata dalla malcelata ostilità dei datori di lavoro a dispetto di leggi e diritti acquisiti, inducono la protagonista del racconto di Luisa Ventola a scegliere di mollare tutto; il tono però non è di rinuncia, ma piuttosto di sfida per un mondo in cui le regole prevalenti non sanno accogliere la vita come meriterebbe di essere accolta.

E infine un ultimo gruppo di racconti, che si potrebbero definire dell’assenza/presenza. In essi infatti la maternità è ormai un appuntamento mancato, per destino o per scelta; oppure si configura come una realtà vissuta al di fuori degli schemi e delle regole date. Nel racconto di Federica Marzi, Italiano per stranieri, due donne si contendono la scena: una, immigrata dal Marocco, è madre e l’altra, italiana,  non ha mai voluto avere figli e pentirsene adesso, che il tempo biologico è ormai scaduto, non avrebbe senso. Ma il cortocircuito tra ragione e sentimento non sempre è governabile. Di tutt’altro tono invece il racconto di Francesca Bonafini, La cura. Qui c’è una maternità “altra”, voluta e perseguita con determinazione, all’interno di un desiderio che si incarna in due corpi femminili. E l’accettazione di sé e dell’altra diventa la realizzazione del “sogno scandaloso di avere un bambino di cui prendersi cura”. In Uova marce l’autrice, Elena Battista, ci consegna un personaggio femminile che ha consapevolmente rinunciato alla maternità per un sacco di buone ragioni: per realizzarsi nel lavoro, perché il confronto con le amiche che invece sono diventati madri non è dei più incoraggianti, per essere libera. Ma anche qui non si tratta di un percorso lineare, anche qui il terreno è scivoloso e corre lungo un crinale stretto. Infine il racconto che chiude la raccolta, Audizione, di Elena Birmani: breve, fulmineo, una sorta di grido di guerra nel nome di tutte le eroine tragiche che hanno attraversato la vita con determinazione, come lei, la madre che non rinuncerà mai a suo figlio a dispetto di chi vorrebbe portarglielo via e in particolare il marito.  “E io scaverò la terra a mani nude, farò scorrere il sangue, farò ampi gesti, farò stregonerie, farò atti di coraggio, sarò anche martire se necessario, ma stiano tranquilli tutti i Creonti e gli Inquisitori, che non mi prenderanno mai mio figlio”. All’inizio di questa breve presentazione parlavo del volo e del rischio, del salto nel vuoto senza rete. Perché la sensazione che rimane dopo aver letto i racconti scelti per questa antologia è che, nonostante si possa credere che su un tema così antico come la maternità sia stato proprio detto tutto, in realtà ci si inoltra in ogni storia come se si trattasse di terreno vergine, perché le parole e le storie inventate ci svelano mondi che riescono ogni volta a sorprenderci. Perché non c’è un unico modo di desiderare un figlio o di rifiutarlo, né esiste un’unica modalità di essere madre, e forse solo le parole della narrativa riescono a restituirci tutta la variegata complessità di questi mondi. Se poi vogliamo leggere in filigrana attraverso le storie, e tenere conto dell’età delle autrici, che per la maggior parte hanno tra i trenta e i quarant’anni e che credibilmente sono testimoni dell’opinione prevalente tra le loro coetanee,  possiamo dire che comunque oggi scegliere la maternità per questa generazione è molto difficile, e che le giovani in età fertile non sono affatto aiutate a diventare madri, a dispetto di tutti i sermoni propinati a piene mani sul calo demografico. Il conflitto più grande che per loro si apre oggi è quello con il lavoro, e non dovrebbe essere così visto che si tratta della generazione “figlia” di madri che hanno scommesso sulla loro istruzione e sulla possibilità di collocarsi in modo autonomo nel mondo. Un altro conflitto che attraversa molti dei racconti è quello con il partner, sia che si tratti di un marito o di un legame ancora da consolidare, o che mai diventerà stabile. Nemmeno da questi uomini arrivano grandi speranze di condivisione, li vediamo invece impauriti e circospetti  accanto a donne che, qualunque sia la loro scelta, ne accettano le conseguenze e ne pagano i prezzi, da sole.  Forza e solitudine, questi ci sembrano essere i colori prevalenti dell’affresco femminile dipinto dalla raccolta di racconti Fiocco rosa, e chi conosce il mondo delle donne sa che è proprio così come ci è stato raccontato (Maristella Lippolis, Prefazione di Fiocco Rosa, Ed. Fernandel, p.208, 14 euro).

Questo che ci lasciamo alle spalle è stato uno strano anno. Pieno zeppo di parole e di immagini fastidiose, di corpi femminili usati ed esibiti in una babele di richiami e di linguaggi in cui spesso abbiamo avuto l’impressione di perderci. Un frastuono che molte volte ci ha tolto anche il piacere della parola. A volte ci siamo chieste se non fosse più saggio restarcene in silenzio, tra di noi e in compagnia dei nostri libri, nutrendoci delle parole e della forza che tante donne sanno mettere in circolazione, risanatrice  come un’acqua di sorgente. Non abbiamo scritto qui di questo disagio, ci è sembrato superfluo. Abbiamo invece parlato qualche volta del terremoto che ha colpito la nostra regione, una tragedia che pesa ancora nella vita di migliaia di persone.

In questo 2009 le nostre iniziative pubbliche non sono state  molte, ma significative per noi. Abbiamo iniziato presentando Fiocco Rosa, una raccolta di racconti curati dalla casa editrice Fernandel. Si tratta di 17 racconti di altrettante scrittrici che affrontano il tema della maternità, e se il tema è unico molto diversi tra loro sono invece gli approcci e le sensibilità, le luci e le ombre che ci colpiscono dalla prima pagina all’ultima. Che poi la gran parte di loro appartenga a generazioni di donne giovani rende l’impresa ancora più interessante.   Abbiamo proseguito presentando un bellissimo libro, Quarantatrè, di Elisabetta Severina. L’incontro con lei e con il suo libro ha rappresentato un’esperienza molto forte. Entrambi sono recensiti nella sezione La nostra biblioteca, che vi invito a visitare. Abbiamo chiuso l’anno in bellezza, presentando il numero 77 della rivista Leggendaria, curato da Nadia Tarantini, che ha esplorato il tema dei talenti delle donne, ovvero l’arte della gioia. Colgo l’occasione per invitarvi a leggerlo, è un numero bello che trasuda forza femminile, e anche per invitarvi ad abbonarvi a questa bella rivista che è anche una straordinaria impresa di donne appassionate.

Per il 2010  abbiamo già un sacco di progetti. Cominceremo a svelarveli nei prossimi giorni. Per ora vi auguriamo Buon anno nuovo. Traboccante di parole autentiche.