La nostra biblioteca

In questa parte del sito parleremo di libri e di scrittrici. Dei libri appena usciti, ma anche di quelli che ci piace rileggere per riscoprire legami di pensieri e di parole scambiate, vicinanze che si rinnovano.
Il nostro rapporto con i libri scritti da altre donne è un dialogo continuo con loro e con noi stesse, è rispecchiarsi nelle storie che un'altra donna ci racconta, è trovare le parole quando non riusciamo a farlo da sole.
E' un'avventura senza fine.
Se volete, anche voi potrete segnalarci dei libri che desiderate condividere con altre. E magari scrivere una breve recensione che metteremo sul sito.

Buona lettura



L’ultima uscita della Collana le Civette della casa editrice Venexia, curata da Luciana Percovich, è un libro pensato in primo luogo per le ragazzine e le bambine, come scrive la curatrice.

Infatti è ricco di splendide illustrazioni e racconta in maniera semplice ma filologicamente corretta i principali miti delle dee greche.E’ stato uno dei libri apripista negli Stati Uniti sulle tematiche storico/mitologiche/spirituali,ed è altrettanto godibile anche da noi adulte/i, soprattutto per le parti introduttive, tra cui si segnalano le pagine dedicate ai “problemi con l’utilizzo junghiano della mitologia greca della dea”.

Se avete figlie, nipoti e nipotine, sarà un regalo che lascerà il segno….

le Dee perdute dell’antica Grecia

 

In questo romanzo storico (Antonino Colavito e Adriano Petta, Edizione La Lepre) si ricostruisce l’ambiente e l’epoca in cui ha vissuto la prima donna scienziata la cui vita ed opere ci sono state tramandate da numerose testimonianze. Gli autori hanno fatto ricorso a una ricchissima bibliografia, che permette di far emergere dalla lontananza di 16 secoli questa figura di giovane donna in tutti i suoi aspetti umani, privati e pubblici, la sua vita quotidiana, i suoi dialoghi con la gente comune, con i suoi allievi, con gli scienziati.
Ipazia era nata ad Alessandria d’Egitto intorno al 370 d.C., figlia del matematico Teone. Fu barbaramente assassinata nel marzo del 415, vittima del fondamentalismo religioso che vedeva in lei una nemica del cristianesimo, e soprattutto una intelligenza libera. Malgrado l’amicizia con Sinesio, vescovo di Tolemaide, che seguiva le sue lezioni, i fondamentalisti temevano che la sua filosofia neoplatonica e la sua libertà di pensiero avessero un’influenza pagana sulla comunità cristiana di Alessandria. Le sue lezioni infatti, impartite non solo agli studenti ma anche in strada alle persone più umili, erano seguite con grande partecipazione.

Ipazia e a il padre hanno diffuso le opere matematiche di Euclide, Archimede e Diofanto in Oriente: quel sapere che riapparve in Occidente in traduzione araba, in epoca rinascimentale, dopo un millennio di buio e rimozione. Purtroppo di Ipazia si è persa la memoria: distrutti i suoi scritti, fatto scempio del corpo e della persona. Con lei sono bruciate anche la Biblioteca di Alessandria (a opera dei soldati di Cesare: mezzo milione di volumi, si favoleggiava, la summa della cultura pagana), dispersa la biblioteca del Serapeo (durante l’incendio del 391, in cui trovò la morte Teone medesimo). Eppure Ipazia ci fissa, nell’affresco della “Scuola di Atene” di Raffaello, in Vaticano. Unica donna. Unico sguardo che sfida lo spettatore. Contro l’oblio.

 Ipazia è un caso letterario e alimenta un dibattito che non accenna a smorzarsi. La sua figura  è rimasta per molto tempo nell’ombra. Astronoma, matematica, musicologa, medico, filosofa, erede della scuola alessandrina, fu fatta massacrare da Cirillo, vescovo di Alessandria. Con questo delitto la cultura occidentale ha definitivamente escluso la donne dalla sfera del sapere. La vita di Ipazia è una delle più antiche parabole su un conflitto secolare ma ancora attuale: fede e ragione, uomo e donna. Per secoli la scienza sperimentale moderna ha creduto di avere un solo padre, Galileo, quando in realtà possiede anche un madre, nata 1200 anni prima di Galileo: Ipazia. Il ritratto che ci è stato tramandato è quello di una donna di intelligenza e bellezza straordinarie. Fu l’inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, oltre che la principale esponente alessandrina della scuola neoplatonica.  All’inizio del III millennio l’UNESCO, dietro richiesta di 190 stati membri, ha creato un progetto internazionale - il progetto Ipazia, appunto - che intende favorire piani scientifici al femminile nati dall’unione delle donne di tutte le nazionalità.

Nel romanzo, risuonano le due voci degli autori: per ciascuna un percorso narrativo e un proprio respiro linguistico. La sinergia di entrambe dà vita a due percorsi concentrici, a spirale. Avvolti e dipanati l’uno sull’altro. Un espediente felicissimo che coinvolge il lettore, lo trascina nel vortice della storia e nell’interiorità di Ipazia stessa. L’avventura del quotidiano, il respiro privato e politico, nel racconto del fido discepolo Shalim. E poi la voce di Ipazia, il “sogno”, la ricerca scientifica, la musica, le intuizioni atomistiche, che precorrono il sapere della scienza moderna.

Un libro da leggere per non dimenticare, perché come sostiene Margherita Hack nell’ introduzione “ci insegna ancora oggi quale e quanto pervicace possa essere l’odio per la ragione, il disprezzo per la scienza”. E, aggiungiamo noi, di quanti delitti si sia resa responsabile la paura degli uomini nei confronti delle donne, che ha raggiunto il suo apice nei secoli della caccia alle streghe.

 

Paola Leonardi, psicologa e fondatrice del Centro Autostima e Scuola di formazione in socio-psicologia delle donne, è autrice insieme a Ferdinanda Vigliani di un libro che parla della maternità in modo inedito, assumendo cioè il punto di vista delle donne che non hanno avuto figli. Le loro ragioni sono state raccolte in quattordici interviste ad altrettante donne “speciali”: Natalia Aspesi,  Letizia Bianchi, Piera Degli Esposti, Ida Dominijanni, Elisabetta Donini, Margherita Giacobino, Laura Grasso, Lesile Leonelli, Lea Melandri, Luisa Passerini, Rossana Rossanda, Rosalba Terranova, Chiara Zamboni, Adriana Zarri. Donne importanti, che hanno messo al centro della propria vita la realizzazione di sé.  Ma nelle loro storie e nelle loro argomentazioni, ognuna unica a proprio modo, vi si riconosceranno certamente le tante che hanno compiuto la scelta di realizzare sé stesse in modo diverso dal diventare madri biologiche, spesso attraverso quella che viene da molte definita come maternità simbolica. Paola Leonardi racconta che l’idea del libro le è venuta “a seguito delle facce incredule e meravigliate, che vedevo davanti a me, quando mi chiedevano come mai non avevo figli e soprattutto quando rispondevo  che non li avevo mai desiderati”.  E in questi tempi di lamentazioni sulle culle vuote, ci sembra coraggioso e salutare poter dichiarare, come fa Natalia Aspesi, che “per una donna felicità, non fa sempre rima con maternità”. E che l’identità femminile non necessariamente debba coincidere con la maternità. Un’idea non certo nuova, scaturita dal femminismo degli anni ‘70, che ha messo fortemente in discussione i ruoli e la coincidenzaa tra sessualità e procreazione, ma che tutt’ora deve fare i conti con luoghi comuni e semplificazioni.  Nelle testimonianze contenute nel libro però si possono trovare molti spunti di riflessione, come quello relativo al rapporto madre/figlia, e a come questo rapporto vivifica e condiziona nel bene e nel male le scelte; riflessioni che interpellano l’esperienza di tutte, anche di coloro che invece la maternità biologica l’hanno scelta. 
 Perché non abbiamo avuto figli: donne speciali si raccontano. Paola Leonardi e Ferdinanda Vigliani. FrancoAngeli, 2009.


Sin dalle prime pagine del libro di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss (Il saggiatore, 2009, euro 13) , serrato ma pieno di punti interrogativi posizionati proprio là nei passaggi più problematici, l’autrice e l’autore esplicitano la loro opinione sulla crisi di autorevolezza delle istituzioni democratiche, che hanno in comune l’essere incarnate in prevalenza assoluta da maschi. Da ciò, dicono, deriva la tendenza alle risposte prometeiche a tematiche “eticamente sensibili”, e l’incapacità a misurarsi con i veri cambiamenti, come quelli segnati dalla nuova libertà femminile; segnali che parlano della fragilità e delle paure maschili.  E le donne come si collocano in questa crisi? “Sembrano oscillare tra la certezza di aver conquistato una nuova signoria sul mondo e la tentazione di occupare spazi di potere politico anche se la crisi maschile li ha resi sempre più vuoti di senso, in difficoltà ad indicare attraverso quali comportamenti al vuoto possa sostituirsi una nuova idea del mondo”. E gli uomini sono consapevoli del fatto che a essere in crisi non è tanto la democrazia quanto piuttosto la sua pratica tutta maschile? Questi interrogativi rimbalzano tra le pagine fino agli ultimi capitoli, dopo alcuni approfondimenti tematici in cui si evidenziano le contraddizioni, i conflitti, il posizionamento storico della libertà femminile, i nodi e le ferite aperte su tematiche come la famiglia, la violenza, la battaglia sul corpo femminile, la Chiesa cattolica, il lavoro. Per arrivare a guardare da vicino le “Nuove pioniere”, come vengono definite le donne che arrivano a misurarsi con il potere politico. Cosa accade, si chiedono l’autrice e l’autore, quando le donne si trovano nelle vicinanze del potere politico? Il femminismo, sostengono, ha aperto degli spazi, nel senso che ha contribuito ad autorizzare l’ambizione femminile. Ma tra le donne c’è chi resta diffidente e chi invece procede come un carrarmato. Comunque sia, la vicenda delle primarie americane ha messo sotto i riflettori due donne, Sarah Palin e Illary Clinton, consentendo di valutare nel merito due donne diverse, con programmi e ideali diversi, fuori dalle strettoie dell’obbligo morale di schierarsi per una donna comunque. (Importanza dei numeri !).La stessa cosa forse succederà anche qui da noi con le elezioni regionali nel Lazio!

Dopo aver esaminato le novità in giro per il mondo, dove sempre più frequentemente alla crisi della politica si cerca la soluzione di puntare su una donna chiamata in suo soccorso, si passa alle faccende di casa nostra. Qui il punto interrogativo riguarda prima di tutto la vicenda della sinistra, che non ha saputo intercettare la forza delle donne: per debolezza del desiderio femminile o per sordità dei gruppi dirigenti maschili? A loro parere “la sinistra non è stata capace di andare oltre l’idea dell’inclusione, mentre avrebbe avuto la possibilità di mutuare idee e pratiche dall’esperienza delle donne, praticando quindi una idea dell’inclusione come mera rimozione di ostacoli. Ma “le istituzioni respingono le donne ? O le donne sono indifferenti alla rappresentanza?” Sembra che alla chetichella le donne si siano ritirate, e la forza sociale delle donne, che invece esiste, sembra non abbia voglia di trasferirsi nelle stanze del potere. E allora? Che dire delle quote? “A mali estremi estremi rimedi?” Viene citata una frase di Grace Paley, scrittrice femminista americana: “La maggior parte delle donne del movimento non voleva un pezzo della torta dell’uomo. Pensavano che quella era una torta piuttosto velenosa…” E allora le politiche dell’inclusione hanno come risultato solo quello di occultare la di. Ma c’è tutta una generazione femminile che invece si propone di mettere le mani sul mondo. E le donne hanno comunque svelato che la differenza di sesso non è più un ostacolo ma un vantaggio. Scendono in campo decise, e sembrano dire: perché no? Il femminismo quindi non sembra affatto sconfitto, anche se “non ha mai avuto per oggetto far ottenere un posto di potere a una donna. Il femminismo desidera altro”. Il libro arriva all’ultimo capitolo,  dal titolo “Un mondo per due” . Ritorniamo alla domanda iniziale: gli uomini lo capiscono che non siamo di fronte a un problema di governabilità ma di autorità? Da loro arrivano solo ricette vecchie (dio patria e famiglia, per intenderci), e quando a problemi nuovi si risponde con ricette vecchie si suppone che siano risposte dettate dalla paura del nuovo, dall’incapacità di capire la sua necessità. Secondo Alain Touraine “il destino di un mondo migliore è in mano alle donne”, e se fossimo capaci di guardare oltre la scena mediatica vedremmo una società dove il nuovo, il movimento, sono segnati dalla crescita del soggetto femminile (le studentesse, le lettrici, le laureate). Dati occultasti dagli stereotipi e dai luoghi comuni. Dalla realtà virtuale dei media che sembra prevalere su quella reale, visto che i luoghi di potere sono occupati da maschi.  Il documentario “Il corpo delle donne” ha gettato un salutare sasso nello stagno. Ma forse troppe hanno guardato altrove, forse temendo di passare per bigotte. La palla passa ancora una volta agli uomini: nella vita quotidiana appaiono narrazioni nuove, giovani padri consapevoli, uomini che si interrogano. Ma quanti sono? Dove prendono parola pubblicamente?  Si tratta di capire se sono segnali sparsi e soprattutto se dalla dimensione privata questi piccoli spostamenti hanno qualche possibilità di estendersi anche ai luoghi in cui si esercita il potere maschile. “Interrogativo cruciale per il destino della crisi della politica e della democrazia, a meno che non ci si debba aspettare più niente dalla politica”.”Resta da chiedersi in conclusione se il,problema delle sorti della democrazia riguardi anche le donne”. Il femminismo, soprattutto nelle sue versioni più radicali, ha accompagnato una sorta di esodo delle donne dalla politica come luogo di potere connotato in senso maschile… Noi pensiamo che spetti a uomini e donne agire nella politica a ogni livello… praticando un conflitto tra i sessi che può darsi come non mortifero, non violento.” L’estraneità femminile avrebbe come risultato una solitudine maschile e una loro speculare assunzione di responsabilità”. E’ questo quello che vorremmo accadesse? Sembrano  chiedersi l’autore e l’autrice, e noi non possiamo dirci estranee a questa domanda.

(Maristella Lippolis)

Un romanzo “di formazione”, dichiaratamente autobiografico, dai toni appassionati e vibranti, delicatamente volto all’analisi minuziosa di sentimenti e stati d’animo, che accompagnano lettrici e  lettori attraverso il difficile percorso della riconciliazione tra genitori e figli.

Ma è soprattutto l’avventura di una donna alla ricerca caparbia di una felicità possibile. Questo romanzo rappresenta l’esordio letterario di Cynthia Collu, milanese di origine sarda, che aveva già pubblicato racconti su antologie e riviste.

In ospedale, al capezzale del padre e accanto alla madre che lo veglia, Thea Ligas aspetta i suoi fratelli rievocando la propria esistenza. Dalla primissima infanzia, trascorsa in Sardegna insieme ai nonni paterni, alla vita con i genitori nella periferia milanese degli anni Cinquanta e Sessanta, la protagonista rievoca le vicende di diverse generazioni alle prese con l’asprezza del vivere. Tra i personaggi spicca una Milano letterariamente inedita, proletaria e grigia ma animata da elementi di imprevedibile e profondissima umanità, perché la narratrice abbraccia con indulgenza tutti i suoi personaggi e ne porta alla luce colpe e motivazioni. La giovane Thea si affanna a crescere cercando di dare un senso alla sua vita segnata dall’alcolismo del padre e dal disamore della madre. Ad alleggerire l’atmosfera familiare cupa e oppressiva contribuisce in parte la presenza dei fratelli, Marco e Giulio-che-sa-di-biscotto: per loro, nelle notti di vento forte e luci gelide, Thea si trasforma in Peter Pan, sollevando piano la tapparella della cameretta e dicendo “buffe cose alle stelle”. Ma il destino incrudelisce sulla loro innocenza, mentre lei, ormai lontana da casa, cercherà di percorrere la propria difficile strada di “bambina sbagliata” sperimentando la bohème cittadina, la politica e il teatro, continuamente in bilico tra l’orgogliosa affermazione della propria indipendenza e l’inevitabile bisogno d’amore. Un romanzo dichiaratamente autobiografico. Dichiara l’autrice: “ Un libro che per ovvi motivi qui non posso valutare. Di certo l’ho letto molte volte, almeno tante quante l’ho riscritto, pagina su pagina, capitolo su capitolo, vocabolo su vocabolo, cercando di trovare la parola “inamovibile”, quella destinata, da sempre, a esistere proprio in quella riga, in quel brano, come da sempre era presente nella mia carne, senza che io lo sapessi. A volte mi sono divertita a scriverlo, altre ho sofferto, altre ancora mi sono difesa da me stessa, dal baratro di vigliaccherie in cui desideravo cascare, per rendermi più bella, più simpatica, o semplicemente meno normale. Per fortuna alla fine ho sempre vinto io, ho trovato il coraggio di dire le cose sino in fondo, di non avere paura della parte oscura che si apriva sulle mie debolezze, me ne sono fregata dei rischi. Creare è un rischio, mi dicevo. Bene, non posso valutare cosa ho creato, ma di certo so che ho rischiato tanto.
E adesso che il viaggio è terminato, almeno nella parte creativa, voglio dire che per me è stato davvero un gran bel viaggio”.

Una bambina sbagliata, di Cynthia Collu. Mondadori 2009, 349 pagine, euro 19,00.

Paola Di Giannantonio aveva già dato prova del ricco patrimonio di conoscenze e di competenze che bene si evidenziano in questo lavoro, nella sua opera precedente dal titolo Demetra per sempre. La festa di S. Gemma a Goriano Sicoli e le tracce di antichi culti femminili. Accanto alle conoscenze e competenze, emergeva con nettezza qualcosa che appartiene al concetto di cultura in senso molto più profondo e che ha radici nel modo in cui si guarda alla realtà, alla capacità di interpretare i segni misteriosi dell’universo che ci circonda, al  legame vero con la propria storia e con le genealogie che ci hanno preceduto. In quel suo primo lavoro, l’autrice aveva analizzato con puntualità i riti complessi che precedono e accompagnano la festa di Santa Gemma nel suo paese natale, Goriano Sicoli, nella Valle Subequana, il paese con il quale ha mantenuto sempre un rapporto vitale accompagnato da un vivo sguardo indagatore e da un amore sempre rinnovato per le proprie radici. Ma c’è un altro sentimento che pervade quel libro, e anche questo Terratradita, come vedremo: la profonda consapevolezza della centralità delle donne nella storia più antica dell’umanità, quando ancora vitale era il legame con la forza della natura in tutte le sue manifestazioni. Centralità di cui si è persa la memoria, rimossa perché troppo ingombrante, occultata e usurpata al pari della ricca spiritualità e ritualità pagana (intesa come ritualità del pagus contrapposto alla città) in cui il femminile rappresentava il fulcro più profondo. Di tutto ciò sopravvivono tracce labili ma evidenti agli occhi di chi le sa vedere, segnali impercettibili anche per chi oggi quei gesti compie inconsapevolmente, come impostare biscotti dando loro la forma ancestrale del serpente. E quando questi segnali labili ci vengono restituiti e vanno a ricomporsi tra loro a formare una trama visibile, non possiamo che restarne stupiti e affascinati. Questo è il sentimento con cui ho letto Terratradita, un libro che allarga lo sguardo sugli antichi culti oltre i confini dell’Abruzzo per ricongiungere quanto già un tempo lontanissimo era stato unito dai flussi migratori che avevano attraversato la cosiddetta Mezzaluna fertile, terra madre delle prime colture cerealicole e quindi della vita, toccando le terre dell’Anatolia e dell’Egeo e quelle bagnate dal Mediterraneo, fino ai paesi arroccati nelle valli dell’Abruzzo e del Molise. Un viaggio fantastico e affascinante, che l’autrice scandisce con i ritmi delle stagioni e dei loro specifici culti, in una mescolanza fantasmagorica di simboli ancestrali come il serpente, simbolo che ricorre in luoghi e tempi distanti tra loro; di feste ormai diventate religiose e rituali misteriosi che parlano dei più antichi culti. Sempre presente in questo viaggio la potenza de femminile in tutte le sue incarnazioni e simbologie: dalle statuette del neolitico ornate di serpenti e di animali alle spirali, dalle potenti divinità femminili alle matriarche di oggi, che nei paesi ancora sussurrano di antiche sapienze legate ai misteri della terra e dei suoi cicli. Matriarche la cui voce Paola Di Giannnatonio ha saputo ascoltare, e i cui nomi ci svela, affinchè la genealogia non vada perduta e continui a trasmettersi dalle madri alle figlie di oggi e di domani.

Il libro di Luciana Percovich “Colei che da la vita  - colei che da la forma”  fa parte di quel filone di lavoro cui si sono dedicate alcune donne, soprattutto, di rilettura della  storia e divulgazione di  tutto ciò che della storia dell’umanità il patriarcato ha omesso di raccontare. E’ importante fare in modo che il dibattito sulle civiltà  anteriori al patriarcato - paleolitico, neolitico, età del bronzo - non sia più soltanto fatto di sporadiche osservazioni di qualche studiosa o studioso  più perspicace e meno fazioso, non più soltanto dibattito all’interno di addetti ai lavori ma  filone di riflessione allargato per riuscire a  dare un significato,  o forse dovremmo dire “il significato” all’intera  storia dell’umanità.

Il libro di Luciana Percovich va alle radici di questo senso perchè  tratta dei miti della creazione dell’umanità e del mondo e non solo ci racconta i modi in cui ciascun popolo ha immaginato la nascita del mondo e degli esseri viventi ma evidenzia di questi miti - come dice il titolo - il senso profondo che da la forma ad una civiltà e alla sua storia e in cui è centrale il rapporto fra femminile e maschile. Scrive Luciana Percovich:  ”I miti cosmogonici e le storie di fondazione dei popoli che abitavano i vari continenti  raccontano di un principio femminile: non in una glorificazione del ruolo delle madri in quanto riproduttrici della vita dei corpi fisici (immaginario dominante solo nelle culture patriarcali) ma attraverso un’attribuzione di competenza regolatrice sia del cosmo che delle vicende umane, che si è manifestata nel fondare e tenere insieme un gruppo sociale, nell’invenzione di strumenti, di tecniche manipolative e di riti sacri.”

Nelle note finali Luciana Percovich ci racconta il mito della civiltà Minangkabau dell’isola di Sumatra  ancor oggi caratterizzata dal mantenimento dell’adat matriarcale come fulcro della propria organizzazione familiare, patrimoniale e sociale, in uno stato moderno di impronta occidentale.

Il mito racconta di Bundo Kanduang, archetipo della regina madre, alle prese con le figure maschili del fratello e altri, sempre in bilico fra l’ordine della adat  e il caos che risulta dalla sua trasgressione.

Enormi problemi minano l’armonia della vita sull’isola e rischiano di farla cadere nelle mani di uomini violenti, brutti e respingenti. Ma il comportamento spiazzante di Bundo - cioè la sua gentilezza, la sua buona disposizione d’animo, la sua ricerca di buone relazioni -  riescono a capovolgere la situazione.

Il mito dimostra che …”senza una regina che trae autorità dalla sua capacità di dare Forma oltre che Vita, gli uomini diventano sregolati, ingovernabili, assassini….”

Molte guerre contro questa regina sono raccontate proprio dai miti che rappresentano la trasformazione del rapporto tra maschile e femminile, e la sopraffazione del maschio sulla femmina. Questo enorme patrimonio di conoscenze che il libro della Percovich ci offre è l’occasione per lasciare che si aprano di fronte a noi orizzonti di riflessione e conoscenza senza le quali il cammino delle donne è privo delle sue più antiche radici, perchè è privo della sua storia vera.

Una storia con cui è necessario fare i conti perchè la radicale alterità fra maschi e femmine ha bisogno di ben altro rispetto ai  moderni accomodamenti che ci vengono proposti dalle  politiche contemporanee. Ha bisogno di un sapere antico. “Posso solo sperare, scrive Luciana Percovich, che queste storie, che mettono in campo archetipi seppolti nella psiche profonda, riescano a parlare da sole, mandando qualche riflesso di quella lontana sapienza sulle origini e dei processi mentali, emotivi e psicologici che l’hanno allontanata , registrando le sequenze e le crudeltà di una lotta senza esclusioni di colpi…”

Colei che dà la vita. Colei che dà la forma, di Luciana Percovich. Ed. Venexia, pag. 207, euro 22,00

Conosciamo Maria Inversi per il suo lungo lavoro di regista e autrice di testi per il teatro. Il piccolo libro edito da Iacobelli Edizioni (editing curato da Annamaria Crispino, prestigiosa direttora di Leggendaria), è invece una raccolta di cinque brevi racconti, legati tra loro da un unico filo: la violenza recata ai bambini, nelle tante forme che spesso assume. Piccole storie di ordinaria sofferenza, potremmo definirle, non per sminuirne la portata, anzi, ma per ribadire la loro ordinaria quotidianità che ci colpisce solo quando diventa fatto di cronaca nera. Anche nelle storie raccontate da Inversi, così come accade spesso nelle vicende di violenza contro le donne, l’orco nonè  l’estraneo (lo è per la verità solo in uno dei racconti, quello che dà il titolo all’intera raccolta), ma è l’adulto che vive dentro la casa, nel luogo più protetto. Non sempre si tratta di violenza fisica, più spesso è la violenza del disamore o dell’amore negato. Ed ecco sfilare davanti ai nostri occhi padri violenti e muti, madri complici e rassegnate, un’umanità dolente e ammaccata incapace di prendersi cura della speranza, i bambini. Che però riescono a salvarsi da soli, con la forza dell’istinto di sopravvivenza e dell’innocenza. E’ proprio questa la stupefacente sensazione che alla fine della lettura ci viene restituita, e ciò  non tanto per le  soluzioni narrative scelte dall’autrice, ma soprattutto per il linguaggio. Si tratta infatti di un linguaggio che riesce ad esprimere in modo quasi miracoloso il punto di vista dei bambini, il loro pensiero che procede più per immagini che per concetti. Il loro modo di raccontare la violenza è innocente, è un dire sottotraccia che non sa spiegare, dice restando un po’ a lato, consentendosi così una via di uscita, nonostante tutto, e consentendola anche agli adulti.

Corri amore corri, di Maria Inversi. Ed. iacobelli, pag.75 , euro 12,00

Un tuffo senza rete, un salto nel vuoto senza sapere se e dove si toccherà terra. Se dovessi usare metafore per descrivere le sensazioni che ho provato leggendo i 17 racconti della raccolta Fiocco Rosa, userei queste. Per alludere al volo e al rischio. Il sottotitolo della raccolta parla di gravidanza e maternità, ma qui dentro troverete ben di più: troverete la vita, con le sue sfide e le sue paure; la relazione tra i sessi, con le inquietanti similitudini tra generazioni diverse di donne,  le fragilità maschili ma anche quelle femminili; la difficoltà a conciliare la realtà con il desiderio, il sogno con la concretezza. Il dolore e la felicità. La vita delle donne, appunto, quella densa di chiaroscuri che ci viene spiegata quasi ogni giorno da inchieste, dati e tabelle nel tentativo di renderla leggibile e inconfutabile, ma che la narrazione riesce a restituire con molta più ricchezza. Ho letto i racconti tutto d’un fiato come se si trattasse di una sorta di romanzo giallo in cui è importante capire “come va a finire” questa avventura della vita delle donne, e poi sono tornata indietro a rileggerli, per cogliere i fili che uniscono i diversi racconti con somiglianze e differenze. L’editore li ha ordinati tenendo conto del “sentimento femminile” che li anima. E così in un primo gruppo troviamo quelli che definirei del desiderio negato, iniziando con Defensor di Franca Di Muzio. Termine inquietante e guerriero, è il nome del preservativo usato da un uomo “che non vuole riprodursi” e che si difende dal rischio che ciò possa accadere. Anche la donna che lo ama però deve fare i conti con un desiderio di maternità troppo labile e incerto per riuscire a prevalere sul calcolo del tempo giusto, del momento giusto, della scelta più giusta. E forse il tempo giusto svanisce. Anche nel racconto di Gaia Rispoli la storia inizia con un preservativo, che si rompe. Norlevo è il titolo del racconto, ma è pure il nome della pillola del giorno dopo destinata a mettere riparo a un incidente di percorso che svela le fragilità del corpo e della mente. Anche Cynthia Collu con Il figlio ci racconta dell’ambiguità del desiderio e della sua negazione. La protagonista quando scopre di essere incinta decide con apparente determinazione di abortire, e quel suo rivolgersi al proprio grembo dicendo”Se fossi in te non ci conterei” è raggelante. Rifiuto e desiderio in realtà dentro di lei sono strettamente intrecciati, ma sarà la natura a decidere, prendendosi gioco della tardiva accettazione. La protagonista del racconto di Elisa Ruotolo, Domenica pomeriggio, di figli invece non ne può avere e anche per lei la morsa del desiderio irrealizzabile arriva in modo imprevedibile, come un momento di follia presto trattenuta e ricondotta alla realtà. Annarosa Pederzoli in Bollito misto delinea un personaggio femminile in bilico, che “non può permettersi passi falsi” proprio ora che sta raggiungendo l’obiettivo a lungo perseguito di una relazione sentimentale promettente. E anche una gravidanza imprevista rappresenta un passo falso, da archiviare al più presto con dolorosa lucidità.Un secondo gruppo di racconti raccoglie invece storie in cui le protagoniste riconoscono e accolgono il desiderio di maternità, pur attraverso dubbi e ripensamenti, e ognuna a suo modo. Anche per loro accettare una gravidanza non rappresenta una scelta a cuor leggero. Così accade in Quella che non sei di Sonia Cavallin, in cui la protagonista  sceglie di attingere alle sue più autentiche risorse dicendo a sé stessa “Io questo figlio lo voglio”, a dispetto di tutto e tutti. In L’inquilino, di Nadia Terranova, invece, l’accettazione non riguarda un figlio proprio ma quello di una madre che in età matura sceglie di sfidare i luoghi comuni e la palese ostilità di una figlia già adulta. Mentre una nuova categoria di donne trandy sembra farsi largo nell’immaginario mediatico, quella Child free, la protagonista dell’omonimo racconto di Lisa Cini, che di figli non può proprio averne,  si interroga con angoscia sul senso del proprio ostinato rimpianto e del desiderio frustrato fino al punto da provocare la rottura del matrimonio; ma la via di uscita sarà una scelta di vita alternativa, capace di realizzare comunque quel desiderio di maternità.

Quando invece i figli ci sono, le nostre autrici non dipingono interni “in rosa” e famigliole felici raccolte intorno alle merendine della prima colazione. La realtà irrompe e detta le proprie regole anche alla fiction. Così in Dinamite Barbara Becheroni ci racconta di una mamma dal mestiere insolito, il veterinario, e della fatica di tenere insieme la passione e le responsabilità per il proprio lavoro con quelle della cura per le proprie bambine, entrambi “lavori” di cura a tempo pieno. Patrizia Rinaldi invece ci racconta, con un linguaggio divertente e ironico, di un parto sui generis che avviene a dispetto di tutte le regole; è appunto Il primo figlio, che viene al mondo grazie all’intervento della portinaia di casa nel cuore accaldato di Napoli. In Aspettando che muoia,  Caterina Falconi affronta con sicurezza un modo duro e difficile dell’essere madre, al di là di ogni retorica del senso materno. Qui la protagonista è una donna al confine tra “normalità” e disagio psichico, “madre involontaria e incapace”, la cui vicenda si intreccia e si contrappone al desiderio non realizzato di chi invece un figlio lo vorrebbe e lo saprebbe accudire. “Non ricordo di aver firmato nessun contratto che mi impegnasse a diventare l’ombra di me stessa”, si dice ad un certo punto della storia la protagonista del racconto di Bianca Nardon, che si intitola, appunto, Non ho firmato quel contratto. Qui c’è in gioco non solo l’accudimento di una figlia e il disinteresse di un marito per tutto ciò che ad esso attiene, ma più drammaticamente il senso da dare a una vita in comune. Quando appare chiaro che quel senso ormai si è perduto, emerge la capacità femminile di  cambiare direzione e dare una svolta definitiva alla propria vita. In Terminal casa, invece, le ben note difficoltà di conciliare il lavoro con la nuova condizione di madre, accentuata dalla malcelata ostilità dei datori di lavoro a dispetto di leggi e diritti acquisiti, inducono la protagonista del racconto di Luisa Ventola a scegliere di mollare tutto; il tono però non è di rinuncia, ma piuttosto di sfida per un mondo in cui le regole prevalenti non sanno accogliere la vita come meriterebbe di essere accolta.

E infine un ultimo gruppo di racconti, che si potrebbero definire dell’assenza/presenza. In essi infatti la maternità è ormai un appuntamento mancato, per destino o per scelta; oppure si configura come una realtà vissuta al di fuori degli schemi e delle regole date. Nel racconto di Federica Marzi, Italiano per stranieri, due donne si contendono la scena: una, immigrata dal Marocco, è madre e l’altra, italiana,  non ha mai voluto avere figli e pentirsene adesso, che il tempo biologico è ormai scaduto, non avrebbe senso. Ma il cortocircuito tra ragione e sentimento non sempre è governabile. Di tutt’altro tono invece il racconto di Francesca Bonafini, La cura. Qui c’è una maternità “altra”, voluta e perseguita con determinazione, all’interno di un desiderio che si incarna in due corpi femminili. E l’accettazione di sé e dell’altra diventa la realizzazione del “sogno scandaloso di avere un bambino di cui prendersi cura”. In Uova marce l’autrice, Elena Battista, ci consegna un personaggio femminile che ha consapevolmente rinunciato alla maternità per un sacco di buone ragioni: per realizzarsi nel lavoro, perché il confronto con le amiche che invece sono diventati madri non è dei più incoraggianti, per essere libera. Ma anche qui non si tratta di un percorso lineare, anche qui il terreno è scivoloso e corre lungo un crinale stretto. Infine il racconto che chiude la raccolta, Audizione, di Elena Birmani: breve, fulmineo, una sorta di grido di guerra nel nome di tutte le eroine tragiche che hanno attraversato la vita con determinazione, come lei, la madre che non rinuncerà mai a suo figlio a dispetto di chi vorrebbe portarglielo via e in particolare il marito.  “E io scaverò la terra a mani nude, farò scorrere il sangue, farò ampi gesti, farò stregonerie, farò atti di coraggio, sarò anche martire se necessario, ma stiano tranquilli tutti i Creonti e gli Inquisitori, che non mi prenderanno mai mio figlio”. All’inizio di questa breve presentazione parlavo del volo e del rischio, del salto nel vuoto senza rete. Perché la sensazione che rimane dopo aver letto i racconti scelti per questa antologia è che, nonostante si possa credere che su un tema così antico come la maternità sia stato proprio detto tutto, in realtà ci si inoltra in ogni storia come se si trattasse di terreno vergine, perché le parole e le storie inventate ci svelano mondi che riescono ogni volta a sorprenderci. Perché non c’è un unico modo di desiderare un figlio o di rifiutarlo, né esiste un’unica modalità di essere madre, e forse solo le parole della narrativa riescono a restituirci tutta la variegata complessità di questi mondi. Se poi vogliamo leggere in filigrana attraverso le storie, e tenere conto dell’età delle autrici, che per la maggior parte hanno tra i trenta e i quarant’anni e che credibilmente sono testimoni dell’opinione prevalente tra le loro coetanee,  possiamo dire che comunque oggi scegliere la maternità per questa generazione è molto difficile, e che le giovani in età fertile non sono affatto aiutate a diventare madri, a dispetto di tutti i sermoni propinati a piene mani sul calo demografico. Il conflitto più grande che per loro si apre oggi è quello con il lavoro, e non dovrebbe essere così visto che si tratta della generazione “figlia” di madri che hanno scommesso sulla loro istruzione e sulla possibilità di collocarsi in modo autonomo nel mondo. Un altro conflitto che attraversa molti dei racconti è quello con il partner, sia che si tratti di un marito o di un legame ancora da consolidare, o che mai diventerà stabile. Nemmeno da questi uomini arrivano grandi speranze di condivisione, li vediamo invece impauriti e circospetti  accanto a donne che, qualunque sia la loro scelta, ne accettano le conseguenze e ne pagano i prezzi, da sole.  Forza e solitudine, questi ci sembrano essere i colori prevalenti dell’affresco femminile dipinto dalla raccolta di racconti Fiocco rosa, e chi conosce il mondo delle donne sa che è proprio così come ci è stato raccontato (Maristella Lippolis, Prefazione di Fiocco Rosa, Ed. Fernandel, p.208, 14 euro).

Non sappiamo molto di questa scrittrice affascinante, e forse la scarsità di notizie biografiche non fa che accrescere il fascino che si allarga dalla sua scrittura, come un fascio di luce debole ma resistente. Sappiamo che ormai è considerata tra gli scrittori di maggiore rilievo della letteratura catalana, e che è nata a Barcellona nel 1908. Politicamente impegnata nell’attività antifascista durante la guerra civile, dopo la vittoria di Franco sceglie l’esilio, fino al 1972. Poco sappiamo di come ha vissuto durante quegli anni, se non che le sue maggiori opere sono state scritte proprio durante quel lungo lasso di tempo. Anche La Piazza del Diamante, che è del ‘62, ripubblicato ora in Italia con una bella nota di lettura di Sandra Cisneros.  Il titolo evoca una piazza del popolare quartiere di Gràcia, e l’io narrante è quello della protagonista, Natàlia (soprannominata Colombetta dal marito). Voce narrante che rievoca le vicende quotidiane di una donna semplice, ingenua, fragile, esposta a tutte le intemperie della vita, eppure capace di farvi fronte con nuove risorse. Il linguaggio è volutamente discorsivo, quasi elementare, ma proprio per questo potente e coinvolgente. Ha scritto Sandra Cisneros : “Mercè Rodoreda scrive di sentimenti, di personaggi così impietriti o sopraffatti dagli eventi da non avere nient’altro che le emozioni per comunicare… E’ la precisione nel nominare l’innominabile che mi attrae in questa donna, questa scrittrice esperta nell’ascolto di chi non parla, di chi è colmo di grandi emozioni ma è muto e non sa nominarle”. Qui di seguito un piccolo saggio di questa scrittura così potente, per invogliare alla lettura: …lanciai un urlo d’inferno.Un urlo che dovevo portarmi dentro da molti anni, e con quell’urlo, così ampio che aveva fatto fatica  a passarmi per la gola, dalla bocca mi uscì un pezzetto di niente, come uno scarafaggio di saliva…e quel pezzetto di niente che mi era vissuto tanto tempo dentro era la mia giovinezza che fuggiva con un urlo che non sapevo bene cosa fosse… 

Anche la storia raccontata in Via delle Camelie, altro capolavoro scritto nel 1966, già tradotto in Italia nel 1991 e ristampato nel 2003, procede attraverso la voce narrante della protagonista, Cecilia. Anche lei si aggira nella vita come cieca  e muta, in un affannarsi denso di vittorie e sconfitte, sogni e delusioni, che la spinge comunque avanti come un soffio di vento alla fine benevolo.

La piazza del Diamante, di Mercè Rodoreda, (laNuovafrontiera, 2008), euro 15,00

Via delle Camelie, di Mercè Rodoreda, (La Tartaruga, 2003 ), euro 13,60

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